Corridori passati alla storia (parte 2): Dorando Pietri

Era il 24 luglio 1908, e quel giorno, a Londra, faceva particolarmente caldo, troppo. Anche per un italiano. “Quell’italiano” si chiamava Dorando Pietri, nato a Correggio il 16 ottobre 1885, uomo minuto, di bassa statura (159 centimetri), che già da giovanissimo, nel tempo libero, si era dedicato alla bicicletta e, soprattutto, alla corsa a piedi fino a quando, nel 1903, si era iscritto alla società sportiva Ginnastica “La Patria”.

La maratona, alle Olimpiadi di Londra, partì alle due e mezza del pomeriggio. Pietri aveva la pettorina numero 19, e all’inizio restò con il gruppo dei corridori, per non forzare. Appena trascorsa la metà della gara, però, le cose cambiarono: Dorando Pietri applicò un ritmo sempre più incalzante, che lo portò a superare tutti, fino a riprendere, a meno di 3 km dall’arrivo, l’atleta che era in testa, il sudafricano Charles Hefferon.

Lo sforzo, però, fu pagato a caro prezzo. Stanchissimo e molto provato dalla fatica e dal caldo, disidratato, cadde privo di forze prima di entrare allo stadio di White City. Barcollando, riuscì a rialzarsi, anche grazie all’incitazione del pubblico che lo spronava a continuare e, completamente intontito, riuscì a riprendere la gara, proseguendo però nella direzione sbagliata. L’urlo degli 80mila spettatori gelò lo stadio: tutto il personale di servizio in pista, circa 30 persone, gli si fece intorno per indicargli la direzione corretta ma, una volta ripreso a barcollare, cadde di nuovo. Con l’aiuto dei giudici si rialzò, cadendo negli ultimi 200 metri altre 3 volte, rialzandosi sempre con l’ausilio del personale di gara.

Tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi, ed infine svenne. In quello stesso momento, nello stadio entrò l’atleta americano Johnny Hayes, che nel frattempo aveva superato il sudafricano, e che si piazzò dunque secondo. Ma la delegazione statunitense fece appello alla giuria per chiedere la squalifica di Pietri, “colpevole” di essere stato aiutato a rialzarsi. Il reclamo venne accolto, e la medaglia d’oro fu assegnata a Hayes.

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Il dramma di Dorando Pietri commosse gli spettatori e persino la regina Alessandra, che volle ricompensare quel piccolo grande atleta italiano con una coppa d’argento dorato. In senso paradossale, il drammatico epilogo portò a Pietri maggiore fama di quanta, probabilmente, ne avrebbe avuta se avesse vinto il titolo. A proporre il riconoscimento regale pare sia stato lo scrittore Arthur Conan Doyle, presente quel giorno, incaricato di redigere la cronaca della gara per il Daily Mail. E proprio tramite quel giornale fu aperta una sottoscrizione per conferire a Pietri un premio in denaro.

Quell’impresa, eroica ma sfortunata, fece il giro del mondo, trasformando Dorando Pietri in una vera celebrità, a seguito della quale il 25 novembre dello stesso anno, al Madison Square Garden di New York, andò in scena la rivincita tra Pietri e Hayes. I due atleti si sfidarono in pista, sulla stessa distanza della maratona, pari a 262 giri, e dopo un entusiasmante testa a testa per quasi tutta la gara, Pietri staccò l’americano negli ultimi 500 metri, questa volta trionfando davanti ai tanti immigrati presenti di origine italiana. Da quel momento Pietri passò ufficialmente al professionismo, sino alle ultime gare in Italia, il 3 settembre 1911 a Parma, e all’estero, il 15 ottobre dello stesso anno, a Göteborg in Svezia, entrambe concluse con altre due gloriose vittorie. Il giorno dopo avrebbe compiuto 26 anni, con all’attivo 46 gare e un guadagno, incredibile per l’epoca, di oltre 200.000 Lire soltanto in premi, più una diaria settimanale di 1.250 Lire.

Morì il 7 febbraio 1942 a Sanremo, dove si era ritirato investendo i suoi ultimi guadagni in un’autorimessa, dopo aver fallito l’attività alberghiera con il fratello nel “Grand Hotel Dorando” di Carpi, ora sede Unicredit, che conserva ancora la coppa donata dalla Regina, sulla quale è incisa la frase “To Pietri Dorando – In remembrance of the Marathon race from Windsor to the Stadium – July. 24. 1908 From Queen Alexandra”

 

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