Corridori passati alla storia (parte 1): Abebe Bikila

Icona dello sport e vera leggenda, l’etiope Abebe Bikila (1932/1973) viene ricordato principalmente come il campione che vinse scalzo l’oro alla maratona delle Olimpiadi di Roma del 1960, rimanendo negli annali dell’epica sportiva di ogni tempo, nonostante abbia corso altre 14 maratone, vincendone dodici (nella sua carriera, anche due ritiri e un quinto posto a Boston, nel maggio 1963).

Il destino di Bikila (questo, infatti, il nome di battesimo, anche se la regola etiope per la quale viene nominato prima il cognome fa conoscere al mondo intero questo fantastico maratoneta sempre come “Abebe Bikila”) fu già segnato il giorno della sua nascita. Quel 7 agosto del 1932, infatti, mentre a Jato, a soli 9 km da Mendida, in Etiopia, lui vedeva la luce, a Los Angeles si stava correndo la maratona olimpica…

Di umilissime origini, figlio di un pastore, prima di intraprendere la carriera sportiva che lo elesse eroe nazionale, aveva svolto la professione di agente di polizia, e successivamente addirittura guardia del corpo personale dell’imperatore Haile Selassie, nella capitale Addis Abeba, ruolo che gli diede la possibilità di guadagnare discretamente e sostenere la famiglia.

Iniziò a praticare l’atletica agonistica nel 1956, a 24 anni, seguito dall’allenatore svedese Onni Niskanen. La sua impresa più grande, e che rimarrà memorabile negli annali della storia sportiva di tutti i tempi, risale appunto ai Giochi Olimpici di Roma del 1960 in cui vinse correndo senza scarpe la gara della maratona. Quel 10 settembre Abebe Bikila si ritrovò all’improvviso a dover sostituire nella squadra olimpica dell’Etiopia il connazionale Wami Biratu, inavvertitamente infortunatosi poco prima della partenza per una dilettantistica partita di calcio. Il caso volle che le scarpe che sarebbero dovute essere indossate dall’altro atleta, e fornite dallo sponsor tecnico, non fossero di una misura a lui comoda e, pertanto, decise, pur di partecipare, di correre scalzo.

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In quell’occasione, il percorso della maratona modificò la consuetudine che vedeva partenza e traguardo all’interno dello stadio olimpico: gareggiò con la maglia verde numero 11, e rimase fra i gruppi di testa per buona parte della gara, rincorrendo soprattutto, deciso a batterlo, l’antagonista marocchino Rhadi Ben Abdesselam, inseguendo il nr 26 convinto fosse lui, che invece era partito con il 185. Forse anche per questo strano scherzo del destino, Abebe Bikila si ritrovò primo, fra l’entusiasmo della folla che lo proclamò un eroe del popolo. E, quando dopo la gara gli fu chiesto come mai avesse corso scalzo, dichiarò fiero: “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo”.

Ma non finì qui, perché 4 anni dopo, si presentò nuovamente ai Giochi Olimpici, nella XVIIIma edizione di Tokyo, pur se in condizioni fisiche non ottimali. Infatti, solo poche settimane prima aveva dovuto subire un intervento chirurgico per appendicite, riducendo pertanto il tempo degli allenamenti. Nonostante ciò, Bikila vinse anche quella maratona, questa volta gareggiando e vincendo con le scarpe, e stabilendo il miglior tempo mondiale sulla distanza. La seconda vittoria in un’Olimpiade lo elevò al rango degli eletti sportivi, in quanto, nella storia di questa disciplina così sfidante, fu il primo corridore di sempre ad averla vinta due volte consecutive.

Purtroppo alla maratona dei Giochi Olimpici del 1968 di Città del Messico, l’ormai trentaseienne atleta etiope dovette sopportare l’eccessiva altitudine, alcuni infortuni e l’età avanzata per questo sport, disturbi che lo costrinsero al ritiro prima di raggiungere il traguardo.

L’anno seguente rimase purtroppo vittima di un grave incidente automobilistico vicino ad Addis Abeba, a causa del quale rimase paralizzato dal torace in giù, non riuscendo mai più a camminare, lui che correva come il vento… Non si perse mai d’animo, provando a praticare altre discipline, come il tiro con l’arco, il ping pong e, addirittura, una gara di corsa di slitte in Norvegia. Il piccolo grande atleta morì a causa di un’emorragia cerebrale a soli 41 anni il 25.10.1973.

A lui è dedicato lo stadio nazionale di Addis Abeba.

 

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